Storia sentimentale del P.C.I.

«Questa è una storia parziale e non ha la pretesa di ricostruire alla perfezione gli accadimenti storici. È una storia d’amore personale, a tratti assai stramba e picaresca, che però somiglia a quella di tanti altri. Una storia, quella del comunismo italiano, tanto forte da far tremare i polsi.» Sergio Staino è uno dei più importanti vignettisti italiani. Attraverso la sua creatura di fantasia, Bobo, panciuto, scettico, amletico, ma prototipo di un certo tipo di comunista, ha raccontato i passaggi fondamentali del P.C.I., i dilemmi e gli snodi cruciali, le battaglie campali, gli errori madornali e le ipocrisie. Per raccontarla bene, questa storia, ci porta dentro le campagne toscane del secondo dopoguerra, la figura leggendaria del nonno materno, e poi la Firenze degli anni ’50, le simpatie verso l’ala carismatica del partito, Pajetta e Terracini. Ci racconta Togliatti e Berlinguer. L’amore per Neruda e Brecht. Le differenze tra il comitato centrale e le masse, sempre indomite e pronte alla rivoluzione. E gli anni all’Unità di Macaluso. La sua storia del Pci è anche una lettura moderna di tutto ciò che è stato, ciò che poteva essere e non è stato. Un atto d’amore verso un’idea che non tramonta e che seppur in forme diverse chiede ancora conto alle società di oggi e di domani.

Estratti dal libro

Perché sognare una società più giusta non è soltanto una chimera da vecchi nostalgici, ai quali comunque sento di non appartenere per nulla. È il comandamento che tutti i progressisti dovrebbero seguire, la stella polare di un’esistenza vissuta alla ricerca della felicità, per sé e per gli altri. Sì, per tutti gli altri esseri umani.

E c’è una parola che racchiude il senso di questa storia sentimentale. La parola è “compagno” e ve la racconto così.

Naturalmente per mio nonno materno Ottavio (che come avrete già capito era un bel mangiapreti antimilitarista) il fatto che la figlia si mettesse con un carabiniere fu un dolore immenso, peggiore soltanto all’ipotesi che si facesse monaca. Preti e carabinieri erano i suoi nemici pubblici, quelli che avevano il compito di giustificare (i primi) e difendere (i secondi) il potere padronale attuato attraverso lo stato.

Tra questi c’eravamo anch’io e mio nonno che per l’occasione mi aveva confezionato una bandierina rossa usando una piccola canna e un rettangolo di carta velina di quel colore. «È importante,» mi disse «è la bandiera della libertà dei popoli.»

Anche per questa piccola grande esperienza, è facile intuire come il colore rosso del comunismo, di fronte al nero di quei fascisti, avesse molte più possibilità di far breccia nel mio cuore.

«Ti ho riconosciuto, carabiniere,» gli disse con un sorriso «ma tu sei un uomo buono e ti accogliamo tra noi» e gli consegnò quel fazzoletto rosso con cui mio padre ritornò, pieno d’orgoglio in Italia.

A me risultava simpatico e mi affascinava tantissimo quando ci raccontava le storie di Gesù e forse è stato proprio lì che quella bandierina rossa che il nonno mi aveva fatto fiorire nel cuore dovette fare un po’ di posto a questo signor Gesù altrettanto buono e generoso.

Forse, pensavo, anche Gesù era un po’ comunista come il nonno.

Quando eravamo insieme e incrociavamo delle suore, lui sottovoce mi diceva «Ecco le piattole», nome che in Toscana indica lo scarafaggio.

«No, no! Vai, vai, vai perché ti serve, così studi impari e quando sarai grande deciderai da che parte stare, se ti piace o no la Religione».

Non poteva immaginare un’azione di propaganda della Chiesa contro i comunisti: Gedda e i comitati civici avevano organizzato, commissariando tutte le parrocchie troppo vicine o comunque non ostili al Partito comunista, inviando nel periodo preelettorale soprattutto in Toscana e Emilia-Romagna dei preti preparati appositamente alla propaganda anticomunista.

Tornò a casa tutta arrabbiata come una furia, urlava, «Ma ti rendi conto?». Mio nonno la guardava con un sorrisino, per lui era l’ennesima conferma che non bisognava fidarsi dei preti.

(…) l’interesse politico-terreno si era violentemente appropriato della dimensione religiosa per sfruttarla a suo vantaggio. Un grande tradimento in definitiva. Fu per questo che mia mamma, in tutta la sua lunga vita, non mise mai più piede in una chiesa se non per motivi turistici.

In quella primavera del 1948 il nonno mi aveva comprato una bicicletta usata e, per farla sembrare nuova, me la aveva dipinta tutta di rosso. Era bellissima e il colore rosso era ormai l’amore comune che mi univa al nonno.

Così cantava Ivan Della Mea e con lui Paolo Pietrangeli:

Compagni, dai campi e dalle officine,
prendete la falce e portate il martello.
Scendete giù in piazza e picchiate con quello,
scendete giù in piazza e abbattete il sistema.

Certo che con tutto quel che era successo e soprattutto quel che avevamo scoperto nelle realtà che avevamo visto, la parola “comunista” era diventata davvero ingombrante e a volte anche imbarazzante.

Se una cosa avevo maturato nei confronti dei paesi comunisti e in primo luogo dell’URSS, era la coscienza del totale fallimento di quella esperienza.

I nipotini della Rivoluzione d’Ottobre avevano perso qualsiasi cognizione di una società progressista, che aveva fatto della rivoluzione socialista una bandiera del proprio esistere.

Questo sentimento disperato pieno di delusione e sfiducia era la cosa che più risaltava ogni volta che ci immergevamo in qualche situazione specifica dell’apparato statale. Si percepiva nell’animo della popolazione una sorta di scetticismo generalizzato e l’ormai consolidata sfiducia nelle parole più belle e generose. Sembrava ci fosse stato un artificioso innesto ideologico basato solo sulla lunga serie di parole d’ordine apparentemente solidali e trionfalistiche che contrastava apertamente con una realtà fatta di sofferenze e queste ingiustizie inflitte dall’apparato statale a carattere poliziesco ma mascherate da una continua propaganda basata su quei valori alti e incontestabili di uguaglianza e solidarietà, avevano di fatto tolto ogni significato ed espulso dall’animo della popolazione ogni sentimento collettivistico. Ognuno era costretto a rifugiarsi in se stesso, riscoprendo il cinismo, il servilismo e l’egoismo e tutti quei “non valori” che la rivoluzione avrebbe dovuto distruggere.

Il “vaffa” era la cosa più vergognosa da un punto di vista umano perché voleva dire la chiusura totale con i tuoi simili, con quelli che la pensavano diversamente da te e quindi era la morte dell’incontro, della discussione, del lavoratore per costruire insieme al nostro futuro. Il “vaffa” era la morte della tolleranza voltairiana, era la morte della democrazia liberale, della democrazia rappresentativa, del rispetto reciproco e della sana collettività.

(…) un’eredità che ci viene direttamente da Gramsci: il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Finché avremo queste due cose credo sinceramente senza retorica che dobbiamo mantenere il dovere e il piacere di continuare a far politica, costi quel che costi. È un dovere che abbiamo per il nostro passato e, soprattutto, per il nostro futuro: i nostri nipoti e sofferenti di tutto il mondo che aumentano giorno dopo giorno.

«Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero ribelle in cor ci sta».

Pietro Gori

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