Discorso della servitù volontaria

Talismano dei disobbedienti, manifesto segreto di ogni libertario: il “Discorso della servitù volontaria” è un capolavoro clandestino che non perdona. Intrattabile e senza fissa dimora dal giorno in cui vide la luce, contiene la resa dei conti di un giovane e di un nobile, Étienne de La Boétie incarna entrambe le qualità, con le passioni collettive più enigmatiche da decifrare: la paura della libertà e l’ansia della dipendenza. L’oppressione si regge infatti anche sulla connivenza delle vittime, uomini che amano le proprie catene più di se stessi.

Contesto storico

Estratti del commento di Miguel Benasayag

Il contesto storico è molto importante perché fa di La Boétie una mosca bianca, un individuo davvero stravagante per il suo tempo. Occorre situarlo all’inizio del XVI secolo, nel pieno fiorire dell’umanesimo (Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam, Machiavelli). L’inizio del Cinquecento, il passaggio da Dio all’Uomo, per dirla con Foucault: la fuoriuscita da una società nella quale il soggetto della Storia, il soggetto che agisce, è Dio e dove l’uomo non p che un soggetto tra gli altri; certo, è centrale, privilegiato, ma non è il vero soggetto.

Ed ecco che spunta La Boétie e getta un’ombra sul progetto dell’umanesimo. Cinque secoli dopo, questa idea risorge. Allora andava contro tutto quel che pensavano i suoi contemporanei: l’uomo si sarebbe liberato da ogni forma di negatività poiché non poteva certo desiderare il peggio, la servitù. Oggi le parole di quest’uomo, di questo piccolo giovane, fanno ritorno come una profezia terribile. È la nostra situazione: la negatività non è scomparsa e abbiamo compreso che non può sparire; quel che gli uomini e le donne detestano forse di più è la libertà. Desiderano vivere meglio, essere più rispettati, migliorare le proprie condizioni di vita; ma contrariamente a quel che hanno creduto i movimenti rivoluzionari e libertari, gli eredi dell’umanesimo, non desiderano la libertà, che è cosa completamente diversa.

La differenza, oggi è che noi – i libertari, i contestatori, i radicali, gli alternativi, tutta la costellazione conflittuale di quelli che non si sentono in sintonia con la realtà e lottano per la giustizia – non possiamo più pensare che si tratti di un incidente di percorso. Dobbiamo constatare, invece, che esistono effettivamente dei meccanismi strutturali che fanno sì che, di norma, una gran parte degli esseri umani non desideri mai la libertà.

Quando Deleuze scrive che il tiranno ha bisogno di uomini tristi per mantenere il potere, ma che gli uomini tristi hanno bisogno di un tiranno per giustificare la propria tristezza, noi capiamo quel che dice.

Il lamento è un circuito chiuso. Ci si lamenta, ci si impegna in una gara al rialzo nella descrizione dell’orrore e ci si ritrova presi in logiche completamente aberranti, accanto a persone che si pretendono pure nel loro rapporto con la società. In questi termini, la questione della liberazione è soltanto una questione di narcisismo: si tratta di decidere chi è “pulito” e chi è “sporco”.

Non penso che l’oppressione sia il motore della liberazione; quel che fa muovere gli uomini, anche i più oppressi, è l’emergere di un desiderio, di una speranza in un cambiamento. Senza questo elemento aggiuntivo, la gente non inizia a battersi.

Un risveglio di sé come nodo universale: smetti di pensare che la tua vita è “papà, mamma, portafoglio”, perché risvegliare se stessi significa risvegliare qualcuno di completamente altro da sé. Scopri di non essere mai così singolare come quando ti lasci attraversare dalla tua epoca. Rinunci a questo piccolo io insignificante, rinunci ad affrontare la piccola morte per non volerne avere una grande. E questo risveglio di sé – da vedersi come qualcosa di banale, senza eroismo – mette in pericolo il tuo piccolo io, la tua sopravvivenza: non sei nato per tenere la tu auto in garage e lucidarla, sei nato per viaggiare sulla strada con la tua auto… Disobbedienza e resistenza, in una tale prospettiva, sono sempre asimmetriche rispetto a un pilota automatico inserito più dalla complessità organica degli umani che dalla sottomissione.

Ho fatto parte di un collettivo di sans papiers; dopo diversi anni, molti compagni e compagne che ancora militano hanno l’impressione di essere stati traditi da quelli che ottengono la regolarizzazione. Si dicono: “Merda, da quando ha preso i documenti Abdou ha lasciato il movimento”, e hanno l’impressione di essere stati scambiati per degli assistenti sociali. Ora, quello che voleva Abdou era cambiare status, perché il suo era indegno; non voleva necessariamente cambiare la società. Qui s’intrecciano due desideri diversi. Quello del militante che lavora con i sans papiers e quello della persona priva di documenti, che sta nella merda, che è uno schiavo. Non sono desideri identici. E tuttavia si passa la vita a confonderli, correndo il rischio di venire delusi.

E si dà poi un terzo desiderio, anch’esso molto chiaro: il desiderio di sottomissione. (…) se si pensa a un orso messo dentro una gabbia. Perfetta, ma pur sempre una gabbia. Dopo un po’ di tempo passato lì dentro, se gli apri la porta, ti accorgi che non vuole più saperne di uscire. L’orso è per lui “orso” e “gabbia”, un tutt’uno; uscire dalla gabbia significherebbe in qualche modo, per lui, cambiare identità e uscire da se stesso.

Più ti identifichi con il tuo ruolo sociale, più sei preso in circuiti automatici.

Estratti dal libro

Si aggiunga, per di più, che non è necessario combattere questo tiranno, non è necessario levarlo di mezzo: si leva di mezzo da sé, a patto che il paese non acconsenta alla propria servitù; non bisogna togliergli alcunché, bisogna non regalargli nulla; non è necessario che il paese si dia pena di fare qualcosa per sé, a patto che non faccia nulla contro di sé. Sono infatti i popoli che si lasciano o, piuttosto, si fanno maltrattare, dal momento che, smettendo di servire, sarebbero liberi; è il popolo che si fa servo, che si taglia da solo la gola, che avendo la scelta tra essere servo o essere libero rinuncia all’indipendenza e prende il giogo: che acconsente al proprio male o piuttosto lo persegue.

Se gli costasse qualcosa riottenere la sua libertà, non lo solleciterei affatto in quella direzione, benché cosa può mai avere l’uomo di più caro del riottenere i suoi diritti naturali, tornando, per così dire, da bestia a essere umano?

Per conquistare il bene che desiderano, i coraggiosi non temono alcun pericolo, i saggi non rifuggono alcuna pena; i vigliacchi e gli ingordi non sanno invece sopportare il male, né riconquistare il bene. Si limitano a bramarlo, con la viltà a fare da intralcio a questa loro virtù; il desiderio di goderne permane comunque in loro, per natura.

Chi vi domina in tal misura ha soltanto due occhi, ha soltanto due mani, ha soltanto un corpo, e non ha nulla in più dell’ultimo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, tranne il privilegio che voi gli concedete per distruggervi. Dove mai prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se non foste voi a fornirglieli? Come disporrebbe mai di tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? E i piedi con cui calpesta le vostre città, dove mai li troverebbe se non fossero i vostri? Come mai farebbe ad avere potere su di voi, se non gli provenisse da voi stessi? Come oserebbe mai attaccarvi, se non d’intesa con voi? Cosa potrebbe mai farvi, se voi non foste ricettatori del bandito che vi deruba, complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi?

Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precipitare sotto il suo peso e andare in frantumi.

Ma è davvero vano discutere del fatto se la libertà sia o meno naturale, dal momento che non si può tenere nessuno in servitù senza fargli un’ingiustizia, e che non vi è nulla al mondo più dell’ingiustizia che sia contrario alla natura, la quale è in tutto e per tutto ragionevole.

Esistono tre tipi di tiranni: alcuni ottengono il regno per elezione da parte del popolo, altri con la forza delle armi, altri ancora per successione di stirpe.

Non reputo certo che il paese e l’ambiente spieghino tutto, poiché in ogni contrada e sotto ogni cielo la sottomissione risulta amara ed è un piacere essere liberi; ma sono dell’avviso che si debba avere pietà di quanti, nascendo, si sono trovati il giogo sul collo. O, almeno, che li si scusi, o meglio che li si perdoni; avendo scorto soltanto l’ombra della libertà, e non avendone fatto esperienza alcuna, non si accorgono per nulla del male che fa loro essere schiavi.

Proprio come dicono i medici, che se nel nostro corpo vi è qualcosa di malato, appena un’altra parte si guasta, subito viene attratta da quella infetta, così, non appena il re si proclama tiranno, tutto il peggio, tutta la feccia del regno – non dico il branco di delinquenti e malfattori che non possono fare né male né bene alla cosa pubblica, ma quelli divorati da un’ardente ambizione e da un’avarizia fuori misura – gli si ammassa intorno e lo sostiene per avere la propria parte di bottino e per diventare così, sotto il grande tiranno, a loro volta dei piccoli tiranni.

Questi miserabili vedono scintillare i tesori del tiranno e rimirano sbalorditi i raggi del suo fasto; adescati da questo bagliore, si avvicinano e non vedono che stanno gettandosi in una fiamma che inevitabilmente li consumerà; (…)

Impariamo dunque una buona volta, impariamo a fare bene. Alziamo gli occhi al cielo, per il nostro onore, o per amore della virtù, o, per parlare con cognizione di causa, per l’amore e l’onore di Dio onnipotente, fido testimone dei nostri atti e giudice equo dei nostri misfatti.


Scopri di più da A Rebel Type

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Scopri di più da A Rebel Type

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere