
Hanno meno di trent’anni Karl Marx e Friedrich Engels, nel 1848, quando scrivono il Manifesto del partito comunista: un pugno di pagine all’inizio senza fortuna, poi destinate a cambiare il mondo. Un testo che nel 1989, anno della crisi ufficiale del comunismo, risulta pubblicato in oltre duecento lingue e in mezzo miliardo di copie. Storia e lotta di classe, borghesia e proletariato, lavoro e libertà, proprietà privata e sfruttamento, partito e rivoluzione, capitalismo e comunismo: questi i nodi cruciali di un’idea di uomo, politica e società che ha segnato la carne viva del Novecento. E che oggi sembra scomparsa dalla faccia della Terra, lasciando campo libero a un capitalismo globale, privo di opposizione organizzata. Gli articoli di fede, rabbia e speranza scanditi nel Manifesto risultano così, insieme, fuori tempo massimo e più che mai attuali. Perché esortano a immaginare che il capitalismo possa ancora venire messo in questione, in un’epoca apparentemente senza alternative.
Estratti dal libro
Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, vale a dire il capitale, nella stessa misura si sviluppa il proletariato, la classe dei moderni lavoratori, che vivono solo fin quando trovano lavoro e che trovano lavoro solo fin quando il loro lavoro aumenta il capitale.
Questi lavoratori, che devono vendersi pezzo a pezzo, sono una merce come qualsiasi altro articolo commerciale e allo stesso modo sono quindi esposti a tutte le fasi alterne della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato.
L’industria moderna ha trasformato la piccola bottega del mastro artigiano patriarcale nella grande fabbrica del capitalista industriale. Masse di lavoratori concentrate nella fabbrica vengono organizzate come soldati. Come soldati semplici dell’industria vengono posti sotto la sorveglianza di tutta una gerarchia di sottufficiali e ufficiali. Non sono soltanto servi della classe borghese, dello stato borghese, ogni giorno e ogni ora diventano anche servi della macchina del sorvegliante e soprattutto dei singoli fabbricanti borghesi. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso, esasperante, quanto più palesemente proclama il profitto come suo scopo.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria in una sola frase: l’eliminazione della proprietà privata.
A noi comunisti è stato rinfacciato di volere abolire la proprietà acquisita personalmente, frutto del proprio lavoro; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personali.
Proprietà frutto del lavoro, acquisita, guadagnata! Parlate della libertà del piccolo borghese, del piccolo contadino, quella che ha preceduto la proprietà borghese? Non occorre che l’aboliamo noi, lo sviluppo dell’industria l’ha già abolita e l’abolisce ogni giorno.
Oppure parlate della proprietà privata borghese moderna?
Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea per costui una proprietà? In nessun modo.
Crea il capitale, cioè la proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può accrescersi solo a condizione di produrre nuovo lavoro salariato, al fine di sfruttarlo di nuovo.
Nella società borghese il lavoro vivo è solo un mezzo per accrescere il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è solo un mezzo per ampliare, arricchire, promuovere il processo di vita del lavoratore.
Voi inorridite perché noi vogliamo eliminare la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale la proprietà privata è eliminata per nove decimi dei suoi membri; esiste proprio perché non esiste per questi nove decimi. Ci rinfacciate dunque di volere eliminare una proprietà che presuppone quale condizione necessaria la mancanza di proprietà dell’enorme maggioranza della società.
In una parola ci rinfacciate di voler eliminare la vostra proprietà. In effetti è quello che vogliamo.
Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e le sue contrapposizioni di classe, subentra un’associazione dove il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti.
I comunisti si rifiutano di tenere segrete le loro opinioni e intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro obiettivi possono essere raggiunti soltanto con il sovvertimento violento di ogni ordinamento della società esistito finora. Che le classi dominanti tremino di fronte a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perderci tranne le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.
Proletari di tutti i paesi, unitevi!
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